Intervista/ Gad Lerner a “Colloquia”: «Siamo al tempo dei gorilla»

Gad Lerner a Foggia, ospite di “Colloquia”, ha richiamato il pubblico delle grandi occasioni con “Il sogno di Gramsci”, la lettura teatrale degli scritti e dei temi scolastici del giovane Antonio Gramsci scritta e interpretata da Gad Lerner e Silvia Truzzi. Una raccolta di testi che racchiude il pensiero, ancor oggi attualissimo, dell’ideologo e  fondatore del Partito comunista italiano. Scritti, osservazioni, frasi come la celebre «odio gli indifferenti» che consentono di individuare una chiave di lettura anche negli eventi e nelle disavventure del nostro tempo attraversato dall’incedere dell’innovazione digitale, ma percorso anche da inquietanti richiami al passato, come il “Riarmo” votato qualche giorno fa dal Parlamento europeo,  mezzo di deterrenza contro un’ipotetica avanzata russa nella vecchia Europa sulla spinta di una guerra russo-ucraina dall’esito ancora incerto e della minaccia di un dissolvimento della Nato al tempo dell’America di Trump.

Argomenti affrontati con Gad Lerner in un’intervista gentilmente concessa a massimoilblog.it con la collaborazione della Fondazione Monti Uniti che qui ringraziamo.   

Gad Lerner, siamo tornati al tempo del “pugno di ferro” per risolvere le crisi del mondo?

«Abbiamo nuove leadership mondiali, il nostro nuovo denominatore comune è la legge del gorilla. Battersi i pugni sul petto per intimorire chi abbiamo di fronte. E’ una minaccia continua, sia di tipo commerciale che armata. Dal dazio al promettere l’inferno alle persone con cui si tratta fa poca differenza. Una novità che deriva dal grande successo ottenuto nei singoli paesi dai movimenti nazionalisti che hanno teorizzato gli interessi della propria popolazione a discapito delle altre. “Prima i nostri”, è la parola che in Italia qualcheduno adopera. E’ il denominatore comune delle nostre relazioni internazionali. Ma c’è poco da scherzare. Quando il gorilla si batte i pugni sul petto, siamo seduti sugli arsenali: altre guerre sono in corso e altre rischiano di accendersi. Il pericolo di provare nuove deflagrazioni mondiali è cresciuto. Anche quando questi gorilla garantiscono la pace, non sembra si possa star tranquilli». 

Cosa ne pensa dei continui attacchi russi al presidente Mattarella, non le sembra quello adottato nei confronti di un capo di Stato un atteggiamento fuori dalle righe nella pur aspra dialettica politica? 

«Ci sono elementi forti e patriottici a far da sfondo a certe prese di posizione, la guerra contro il nazifascismo – ed è questa una verità storica – è costata alla Russia 20 milioni di morti. Ma poi nella polemica politica si finisce per manipolare il dato per dire che Mattarella, essendo discendente di uno stato fascista, non abbia pertanto diritto di parola. In questa guerra delle parole la dimensione storica viene completamente stravolta».

Viviamo inquietudini e contrasti che l’elezione di Trump ha indubbiamente amplificato. Le destre al potere puntano a imporre la loro egemonia e ad asfaltare il “nemico”. Oggi la sinistra italiana si divide sul riarmo votato dal Parlamento europeo e deve ripiegare su posizioni più prudenti per non capitolare. Di quale sinistra avremmo oggi bisogno per contrastare l’ondata dei nazionalismi?  

«Siamo di fronte a dilemmi strazianti, a scene drammatiche. Il richiamo storico, che è sempre utile studiare, ci permette di ricavare alcuni insegnamenti: ben prima della vigilia della prima guerra mondiale le sinistre europee si posero di fronte alle stesse spaccature cui assistiamo oggi. Tutti i partiti di sinistra erano riuniti in una Internazionale socialista, ma quasi tutti in Parlamento votarono i cosiddetti “crediti di guerra” (l’emissione di titoli di debito pubblico per finanziare le spese militari: ndr), nel timore che la nazionalità potesse prevalere sull’internazionalismo in Europa. Mussolini ne approfittò per cavalcare questa onda interventista. Non metterei dunque alla berlina gli atteggiamenti di una sinistra già schiacciata dagli exploit dei nazionalisti. Prenderei invece molto sul serio questo dilemma. Nello specifico, credo che le critiche avanzate dalla segretaria del Pd, Elly Schlein al piano di riarmo della commissione europea siano sagge e lungimiranti, capisco anche la difficoltà di non rompere dagli altri partiti del socialismo europeo. La sua è una posizione prudente, Schlein ha anche ben presente la recente sconfitta dei socialdemocratici tedeschi alle ultime elezioni».

Gramsci pensatore universale, i suoi scritti cent’anni dopo troverebbero risposte ancor oggi alle crisi del mondo che sembrano acuirsi in questi tempi di guerre e di muscoli esibiti. Ma è poco studiato a scuola. Come se lo spiega?

«E’ il pensatore più tradotto e studiato nel mondo. Premesso questo, siamo di fronte a un paradosso se pensiamo che il pensiero di Gramsci viene studiato approfonditamente in paesi diversissimi tra loro come l’India e gli Stati Uniti. C’è sempre il motto secondo cui nessuno è profeta in patria, un personaggio a volte equivocato e sottovalutato. Ma è interessante constatare come la destra ritornata al potere, ovvero la stessa destra che lo fece incarcerare, oggi lo citi spesso». 

Gramsci era stimato da Mussolini, nella sua lettura riferisce l’episodio di un deputato fascista obbligato dal duce a chiedergli scusa dopo averlo insultato in Parlamento. Ma c’è chi sospetta che se non fosse morto prima avrebbe fatto la fine di Matteotti. Concorda?

«Ho molti dubbi in merito. Gramsci era certamente molto temuto, oltre che ammirato da Benito Mussolini. Fu condannato dal regime a vent’anni di carcere in isolamento. Aveva già una salute malferma quando entrò in carcere, dopo esser stato condannato per attività cospirativa e istigazione alla guerra civile. Quando fu mandato a Turi era molto malato, solo a causa di ciò gli fu concesso di essere assistito da un compagno di cella. Ho molti dubbi che un uomo ridotto in queste condizioni potesse ancora far paura a Mussolini».

Togliatti chiedeva a Gramsci di ammorbidire il suo pensiero sul comunismo di Mosca, il rifiuto fu netto. Non pensa che il pensiero gramsciano, che non trova posto nella scuola italiana salvo volenterose iniziative dei docenti, abbia subito a causa di ciò una forma di sordina nei programmi curriculari? 

«Si può discutere su quell’invito alla distinzione tra i due comunismi, ma non sulle modalità con cui Togliatti ha rilanciato il pensiero di Gramsci nel dopoguerra. A lui si deve la pubblicazione dei quaderni e degli scritti dal carcere, sempre a Togliatti si deve la protezione di quel lascito per il quale si fece ricorso anche ad alcune complicità ad esempio nella custodia degli all’interno del caveau della Banca commerciale di Milano. Gramsci è diventato un mito nel dopoguerra italiano anche perchè sottolinea la diversità del comunismo italiano rispetto a quello sovietico, credo che i temi della ricerca siano stati in questo essenziali per approfondire ulteriormente la statura di un personaggio fondamentale per la storia del nostro paese».

Un momento della lettura teatrale “Il sogno di Gramsci”, nella foto sotto Gad Lerner (crediti GiacomoMaestri Elastica2) 

 

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