La patria di Zemanlandia non può essere ripudiata

Canonico si dimette dal Foggia. Già, ma cosa significa per un capo azienda presentare le dimissioni? Tutto o niente, come se il pilota rinunciasse a tenere il volante: andrebbe a sbattere, romperebbe la macchina e anche lui non finirebbe la corsa illeso. A meno che non abbia il sellino eiettabile, come i piloti dei caccia. Ma non dovrebbe essere questo il caso.

Dunque, da cosa si dimette Canonico se l’azienda è sua? Evidente come l’annuncio-effetto del patron abbia essenzialmente l’intento di spaventare la piazza. E forse lanciare un messaggio (intento più benevolo) a chi volesse comprare il club e per il momento tentenna. Di più non si potrebbe pensare. Anche la minaccia di non pagare più gli stipendi con soldi propri, ma lasciando quello che è un atto dovuto alle disponibilità di cassa, diventa un boomerang per il venditore che vuol piazzare il prodotto al miglior prezzo. Se scattasse davvero la penalità dopo il 16 aprile (dovuta al mancato pagamento degli stipendi), Canonico si ritroverebbe tra le mani un bene già deprezzato. E gli conviene?

Sono questi gli interrogativi che non tornano nell’ennesima telenovela per la vendita del Foggia. L’impresa calcio porta utili, molti debiti, fa girare l’economia a tutto vantaggio del mercato. E alza le quotazioni delle città che ne ospitano il business, spesso milionario, nei campionati maggiori. Capirlo non è semplice, affrancarsi dal clichè dei presidenti “ricchi e scemi” di una volta non è facile. Molti padroni del vapore in effetti son rimasti scottati da certe disavventure. 

Ma si affacciano sulla ribalta del calcio italiano esempi miracolosi all’orizzonte: Udinese, Atalanta, Parma, il Lecce in Puglia piccola avanguardia di un Sud che usa la testa pur utilizzando i piedi. Adesso lo psicodramma torna a investire ancora una volta Foggia, l’autentica patria di Zemanlandia. Possibile che il calcio rossonero, da vent’anni in qua non trovi pace? Se Canonico ha deciso di andar via, la città dovrebbe dargli ascolto e accompagnarlo alla porta. Il business con il calcio potrebbe cominciare un minuto dopo, proprio grazie al disimpegno dell’imprenditore barese. Stupisce che una città in grado di portare allo stadio 10mila paganti (quando le cose girano) non sia in grado di mettersi al passo con gli esempio più virtuosi e ruspanti del pallone italico. Del resto Canonico non è mai riuscito, in quattro stagioni, a prendere per il verso giusto una piazza difficile e controversa, d’accordo, ma appassionata come poche.

E allora, avanti e coraggio: il futuro sorride se c’è amore e voglia di far bene.   

 

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